AUROBINDO YOGA SADHANA
Dicembre 2024
1 Dicembre 2024
Ci sono due tipi di conoscenza – la conoscenza mentale […], che normalmente è necessaria come una preparazione mentale o come una direttiva, e la conoscenza reale, che è spirituale. Si riceve la conoscenza mentale dal Guru in forma di un’istruzione o di una direttiva, ma questo è solo una parte di quello che egli dà – perché chi dà solo una conoscenza […] mentale non è un Guru ma solo un insegnante, Acharya.
Per quanto riguarda la conoscenza spirituale, essa consta di due elementi, l’esperienza e la conoscenza diretta, che non è mentale ma della natura di una luce che mostra la verità più profonda delle cose, una visione e una percezione diretta della Verità.
La coscienza ordinaria non è capace di riceverla come conoscenza, se non in modo frammentario, perché essa proviene da una coscienza interiore più profonda o da una coscienza più elevata al di sopra della mente.
La coscienza ordinaria deve quindi aprirsi alla coscienza più profonda e alla coscienza più elevata. Deve ricevere la conoscenza da dentro e dall’alto. Non può fare questo se non si apre.
Quindi deve esserci necessariamente un’apertura, per quanto piccola, prima che una conoscenza diretta possa arrivare. Quando la conoscenza arriva, anche l’apertura può ampliarsi e così ammettere una conoscenza diretta e un’esperienza sempre maggiori.
Per esempio, si può avere l’idea mentale della Pace Divina, ma questo è niente, è solo una concezione mentale. È solo quando si avverte la Pace Divina che scende dall’alto, o in noi stessi o intorno a noi, che si inizia a conoscere che cosa essa sia. Questa è quella che si dice un’esperienza. In seguito si inizia ad avere una conoscenza con una visione diretta di che cosa tale Pace sia e quale posto essa abbia nella Realizzazione Divina: questa è la conoscenza diretta.
Sri Aurobindo, Lettere
Quello che scrivi nella tua lettera non è affatto quello che la Madre stava cercando di dirti. Quello che ti ha detto è che tu sembri avere una certa nozione prestabilita riguardo al Divino, come di un Essere piuttosto distante che sta da qualche parte e da cui ti aspetti di ricevere un certo tipo di articolo denominato Ananda [Beatitudine], e, quando c’è una qualche possibilità che te lo dia, sei in buoni rapporti con Lui, ma quando non lo fa, allora trovi da ridire, ti rivolti e Lo ricopri di ingiurie! E ti ha detto anche che una nozione di questo tipo è, di per sé – poiché è piuttosto distante dalla Verità –, un ostacolo sulla via della realizzazione del Divino.
Che cos’è questo Ananda che vai cercando, dopotutto? La mente non riesce a vederci altro che una piacevole condizione psicologica – ma se fosse soltanto quello non avrebbe quel rapimento che i bhakta (devoti) e i mistici vi trovano.
Quando sei pervaso dall’Ananda, è il Divino che ti pervade; proprio come quando la Pace fluisce su di te, è il Divino che si sta riversando su di te, o quando sei inondato dalla Luce, è un profluvio del Divino stesso a circondarti.
Naturalmente il Divino è molto di più; è molte altre cose ancora e, fra tutte queste, una Presenza, un Essere, una Persona Divina; perché il Divino è Krishna, è Shiva, è la Madre Suprema.
Però attraverso l’Ananda puoi percepire l’Anandamaya Krishna; perché l’Ananda è il corpo sottile e l’essere stesso di Krishna; attraverso la Pace puoi percepire lo Shantimaya Shiva; nella Luce, nella Conoscenza che ti libera, nell’Amore, nel Potere che ti porta alla realizzazione e che ti eleva puoi incontrare la presenza della Madre Divina.
È questa percezione che rende le esperienze dei bhakta e dei mistici così estatiche e che consente loro di passare più facilmente attraverso i periodi bui di angoscia e di separazione: quando c’è questa percezione dell’anima, essa conferisce persino a un piccolo o breve Ananda una forza o un valore che altrimenti non avrebbe e l’Ananda stesso acquista gradualmente un potere di restare, di tornare, di aumentare.
Questo è ciò che la Madre intendeva quando ha detto “Non chiedere al Divino che ti dia l’Ananda, chiedigli che ti dia Se stesso” – volendo significare che nell’Ananda e attraverso l’Ananda sarebbe Se stesso che Egli ti darebbe. Allora non ci sarebbe motivo di dire “Io non conosco il Divino. Non l’ho mai percepito o incontrato”. Sarebbe anche una via d’accesso per altre esperienze e renderebbe più semplice vedere il Divino nell’oggetto materiale, nella forma umana, nel corpo.
Dicendo questo la Madre non stava stabilendo una condizione; era semplicemente un suggerimento che, se qualcosa in te potesse coglierlo e trarne profitto, renderebbe le cose meno lente e difficili di quanto effettivamente lo siano.
Sri Aurobindo, Lettere